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NEWSLETTER DI P. LIVIO, 19 SETTEMBRE

Nostra Signora de La Salette

Questo santuario, arroccato sulle Alpi a ben 1800 metri di quota, ebbe origine dall'apparizione, avvenuta nel 1846, della Vergine a Massimino (undici anni) e Melania (quattordici anni): due ragazzi poveri e sprovveduti che stavano pascolando le mucche dei loro padroni.  In quell'ambiente povero e religiosamente degradato la Vergine si rivolse ai bambini con un linguaggio estremamente semplice: pianse e parlò  del Figlio terribilmente adirato con il popolo francese e pronto a castigarlo severamente se non si convertiva, tornando alle più elementari pratiche cristiane. Quest'apparizione, presto riconosciuta dall'autorità episcopale, turbò profondamente la popolazione e segnò l'inizio di un suo insperato ritorno alla fede e alla pratica religiosa.  Nonostante il posto disagevole, sul luogo dell'apparizione sorsero una grande chiesa di stile neo-romanico e ampi locali per i custodi e l'accoglienza dei pellegrini.

dal sito www.chiesacattolica.it


La madonna è apparsa a La Salette per il mondo intero

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Un giorno d'autunno
Verso la metà del mese di settembre 1846, un contadino degli Ablandins, Pietro Selme, ha il suo pastorello malato.
Scende a Corps, presso un suo amico, il carradore Giraud. "Imprestami il tuo Massimino per alcuni giorni..."
"Massimino pastore? ... E' troppo distratto per farlo!"

Si discute, si patteggia e il 14 settembre ecco il piccolo Massimino agli Ablandins. Il 17 intravede Melania al villaggio. Il 18 vanno a pascolare i loro armenti sui prati comunali, sul monte Sous-les-Baisses (il Planeau). Nel pomeriggio Massimino tenta di chiacchierare, Melania non ne ha tanta voglia.
Nondimeno scoprono un punto in comune: sono entrambi di Corps: allora si discorre, si decide di venire a pascolare insieme l'indomani alto stesso posto.
Dunque, il sabato 19 settembre 1846, di buon mattino, i due fanciulli salgono i versanti del monte Planeau, con quattro mucche; e con Massimino, anche la capretta e il suo cane Lulù. Verso mezzogiorno, suona l'Angelus sul campanile del villaggio sottostante. Allora i pastorelli dirigono le loro mucche verso la fontana delle bestie, una semplice pozzanghera formata dal ruscello che scende attraverso il valloncello della Sezia. Poi le sospingono verso una prato pianeggiante del monte Gargas. Fa caldo, le bestie cominciano a ruminare. Massimino e Melania risalgono la conca fino alla fontana degli uomini, presso la quale consumano il loro pasto frugale: pane e formaggio e acqua fresca a volontà. Altri pastorelli che pascolano più in basso li raggiungono e conversano un po'. Alla loro partenza, Massimino e Melania attraversano il ruscello, scendono alcuni passi verso dei banchi di pietre ammucchiate presso l'alveo di una sorgente asciutta: è la piccola fontana. Melania vi depone il suo tascapane e Massimino il suo blusotto con il pranzo.

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L'altro fulgore

Contro ogni abitudine, i due fanciulli si stendono sull'erba e... si assopiscono. Si sta bene al sole di quella fine d'estate, nessuna nuvola in cielo. Il mormorio del ruscello accresce la calma e il silenzio della montagna. Il tempo scorre. Bruscamente Melania si sveglia a scuote Massimino: "Massimino, vieni presto, andiamo a vedere le nostre mucche... Non so dove siano!" In tutta fretta, salgono il versante opposto al Gargas. Rigirandosi scoprono l'alpeggio: le loro mucche stanno tranquillamente ruminando. I due pastorelli sono rinfrancati. Melania comincia a ridiscendere. A mezza costa, si arresta e stupefatta lascia cadere il suo bastone: "Massimino, vieni a vedere laggiù una luce". Presso la piccola sorgente, su un mucchio di pietre... un globo di fuoco. "Come se il sole fosse caduto lì". Eppure il sole continua a splendere in un cielo senza nubi. Massimino accorre, gridando: "Dov'è? dov'è?" Melania addita il fondo del valloncello dove avevano dormito. Massimino si ferma vicino a lei, raggelato dalla paura e le dice: "Riprendi il tuo bastone, sù! Io tengo il mio e gli do' un buon colpo se ci fa qualche cosa". Lo splendore si muove, ruota su se stesso. Le parole difettano ai due fanciulli per descrivere l'impressione di vita che si irradia da quel globo di fuoco. una donna vi appare, seduta, la testa tra le mani, i gomiti sulle ginocchia, nell'atteggiamento di profonda mestizia.

La Bella Signora si alza
Essi non si sono mossi. Dice loro in francese:

Avvicinatevi, figli miei, non abbiate paura; sono qui per narrarvi una grande notizia.

Allora discendono verso di lei. La fissano. Non cessa di piangere: "Si sarebbe detta una mamma percossa dai figli e fuggita sulla montagna per piangere". La Bella Signora è alta e tutta luminosa. Veste come le donne della regione: lunga tunica, un grande grembiule alla vita, uno scialle incrociato e annodato dietro, una cuffia da contadina. Delle rose incoronano la testa, orlano il suo scialle e i suoi calzari: sulla fronte splende un fulgore simile a un diadema. Sulle spalle pesa una lunga catena. Una catenina trattiene sul petto un crocifisso sfavillante, con ai lati un martello e delle tenaglie. 

Quello che dice sulla montagna

La Bella Signora parla ai due pastorelli: "Ha pianto tutto il tempo che ci ha parlato". Insieme o separatamente, i due fanciulli dicono le stesse parole, con leggere varianti che non alterano il significato. E questo non importa quali siano gli interlocutori: pellegrini o semplici curiosi, alte personalità o ecclesiastici, inquirenti o giornalisti. Siano favorevoli, senza pregiudizi o malevoli: ecco quello che è loro trasmesso:

Avvicinatevi, figli miei, non abbiate paura: sono qui per comunicarvi una grande notizia!

 "Noi ascoltavamo, non pensavamo a niente". Come Massimino e Melania, lasciamo risuonare dentro di noi ciò ch'ella ha detto sulla montagna. Con loro, ascoltiamola fissando sul suo petto il crocifisso raggiante di gloria.

Il 19 settembre 1851,  Mons.Filiberto de Bruillard, vescovo di Grenoble, pubblica finalmente il suo Decreto Dottrinate:

"Noi giudichiamo che l'Apparizione della Madonna ai due pastorelli, il 19 settembre 1846, su una montagna della catena delle Alpi, situata nella parrocchia de La Salette, vicaria foranea di Crops, reca in se stessa tutti i caratteri della verità e i fedeli hanno fondate ragioni per crederla indubitabile e certa."

La risonanza di questo decreto è considerevole. Numerosi vescovi lo fanno leggere nelle parrocchie delle loro diocesi. La stampa se ne appropria pro o contro. Tradotto in alcune lingue, è pubblicato in modo particolare sull' "Osservatore Romano" del 4 giugno 1852. Lettere di felicitazioni affluiscono al vescovado di Grenoble.

L'esperienza e il senso pastorale di Mons.Filiberto de Brullard non si fermano qui. Il primo maggio 1852, pubblica una Lettera Ufficiale in cui annuncia la costruzione di un santuario sulla montagna de La Salette e la creazione di un corpo di missionari diocesani che si chiameranno: i Missionari di Nostra Signora de La Salette. Ma aggiunge: "La madonna è apparsa a La Salette per il mondo intero: chi ne può dubitare?".

L'avvenire avrebbe confermato e superato quelle attese: il ricambio essendo assicurato, si può ben dire che Massimino e Melania hanno adempiuto la loro missione. Il 19 settembre 1855, Mons. Ginoulhiac, nuovo vescovo di Grenoble, compendiava così la situazione: "La missione dei fanciulli è terminata, comincia quella della Chiesa". Innumerevoli sono oggi gli uomini e le donne di ogni lingua che hanno trovato nel messaggio de La Salette, la strada della conversione, l'approfondimento della loro fede, il dinamismo per la vita quotidiana, le ragioni del loro impegno con e nel Cristo al servizio degli uomini.

Il Santuario de La Salette

È situato in piena montagna, a 1.800 metri di altezza, sulle Alpi francesi. L'edificio religioso e il complesso ricettivo sono affidati dalla diocesi di Grenoble alle premurose cure dell'Associazione dei Pellegrini de La Salette. I Missionari e le Suore di Nostra Signora de La Salette ne assicurano l'animazione e il funzionamento in collaborazione con i cappellani, diocesani e religiosi, le religiose e i laici. Numerose sono le possibilità offerte ai pellegrini: lettura della Parola di Dio, condivisione su un determinato tema, riunioni ed incontri con i cappellani, mostre missionarie e vocazionali, collaborazione data ai vari gruppi, accoglienza dei bambini, ecc... La giornata é ritmata dalla celebrazione eucaristica, dall'ufficio divino, dalle veglie di preghiera, dalle processioni, dalla preghiera del Rosario e dalla Via Crucis... senza dimenticare la preghiera silenziosa sempre possibile sui pendii della montagna o nelle cappelle adibite allo scopo.

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I Primi Testimoni

Massimino Giraud

Massimino Giraud è nato a Corps, il 26 agosto 1835. Sua madre, Anna Maria Templier, è anch'essa di Corps. Il padre di Massimino, Germano Giraud, è venuto da un distretto vicino. Massimino ha solo 17 mesi quando muore la sua mamma, che lascia anche una bambina di 8 anni, Angelica. poco dopo, il babbo si risposa. Massimino crescerà all'avventura: il carradore è all'officina o all'osteria: sua moglie non sente attrattiva per quel monello troppo vivace, spensierato che non rimane in casa, preferendo gironzolare per le stradine di Corps, attorno alle diligenze e alle vetture, o a correre col suo cane e la sua capretta. Il fanciullo è volentieri bricconcello, l'occhio vivo sotto il nero ciuffo scarmigliato e la lingua sempre sciolta. Durante l'Apparizione, mentre la Bella Signora si rivolge a Melania, fa girare il cappello sulla punta del suo bastone o sospinge sassolini fin sotto i piedi della Bella Signora.

"Non uno però l'ha toccata" risponderà senza imbarazzo agli inquirenti.

Cordiale appena si sente amato, malizioso quando lo si vuol riprendere. La sua adolescenza fu difficile. Nei tre anni che seguono l'Apparizione perde il fratellastro Giovanni Francesco, la matrigna Maria Court e il papà Germano Giraud. E' posto sotto la tutela del fratello di sua madre, lo zio Templier, uomo rude e interessato. A scuola i suoi progressi sono modesti. La Superiora, suor Tecla, che veglia su di lui, lo chiama "moto perpetuo!" Aggiungendo a questo le pressioni fanatiche dei partigiani d'un sedicente figlio di Luigi XVI che vogliono sfruttarlo a fini politici. Massimino li beffa con frottole. Contro l'espresso parere del parroco di Corps e non tenendo conto della proibizione del vescovo di Grenoble, questi messeri conducono l'adolescente ad Ars. Massimino non ama la loro compagnia, ma apprezza l'occasione che gli si presenta per vedere un po' di mondo. Sono accolti dall'imprevedibile Don Raymond, viceparroco del santo Curato, il quale, di colpo, tratta La Salette d'imbroglio colossale e Massimino di fosco bugiardo.

Durante la mattinata del 25 settembre 1850, incontra due volte il santo in confessorio. Che cosa ha potuto raccontare l'adolescente esasperato? Il risultato è che per alcuni anni il santo curato non cesserà di dubitare e di soffrire. Dopo il decreto del 19 settembre 1851, rimanderà i suoi interlocutori al giudizio del vescovo responsabile: ci vorranno anni di prova e alcuni miracoli per convincerlo a dare il suo assenso all'Apparizione, ritrovando la pace. In quanto a Massimino, pur affermando con vigore di non essersi mai smentito, si troverà molto impacciato nel giustificare il suo comportamento. Basta elencare i luoghi dov'è passato per farsi un'idea di quanto il giovane abbia viaggiato. Dal Seminario minore di Grenoble (Rondeau) alta Grande Certosa, della parrocchia di Seyssins a Roma; da Dax e Aire-sur-Adour al Vésinet, poi al collegio Tonnerre, a Petit Jouy vicino a Versailles e a Parigi. Seminarista, poi impegnato in un ospizio, studente di medicina, bocciato al baccellerato, lavora in una farmacia; si arruola come zuavo pontificio, annulla il suo ingaggio dopo sei mesi e ritorna a Parigi. Avendo il giornale La Vie Parisienne attaccato La Salette, Massimino lo querela e ottiene una rettifica. Nel 1866 pubblica un opuscolo La mia professione di fede sull'Apparizione della Madonna della Salette. Durante quel periodo, i coniugi Jourdain, una coppia tutta dedita al suo servizio, gli assicura un'apparente stabilità, paga i suoi debiti fino al rischio di rovinarsi.

Massimino accetta allora di fare il socio d'un mercante di liquori che sfrutta la notorietà del pastorello per accrescere le sue vendite. L'imprevidente Massimino non riesce a far quadrare i suoi conti. Nella guerra del 1870 è mobilitato al Forte Barrau a Grenoble. Finalmente ritorna a Corps, dove lo raggiungono i coniugi Jourdain. Tutti e tre vivono poveramente, aiutati dai Missionari, d'intesa col vescovado. Nel novembre del 1874 risale a La Salette: dinanzi a un uditorio particolarmente attento e commosso, rifà il racconto dell'Apparizione come il primo giorno. Sarà per l'ultima volta. Il 2 febbraio 1875 si reca nella chiesa parrocchiale per l'ultima volta. La sera del 1 marzo, Massimino si confessa, riceve il viatico sorbendo un po' d'acqua della Salette per inghiottire l'ostia. Cinque minuti dopo rende la sua anima a Dio. Non aveva ancora quarant'anni. La sua salma riposa nel cimitero di Corps ma il suo cuore è nella basilica de La Salette, vicino alla consolle dell'organo. Era la sua ultima volontà: "Credo fermamente, anche a prezzo del mio sangue, alla celebre Apparizione della SS. Vergine sulla Santa Montagna de La Salette, il 19 settembre 1846: Apparizione che ho difeso con parole, scritti e sofferenze... con questi sentimenti offro il mio cuore a N. S. de La Salette". Col suo testamento, questo poveretto non aveva più nulla da lasciare che la sua fedeltà alla fede della Chiesa.

Il monello accattivante e volubile com'è sempre rimasto, ha finalmente trovato, presso la Bella Signora, l'affetto e la pace di Dio.

Melania Calvat

Melania è nata a Corps, il 7 novembre 1831, in una famiglia numerosa. Il padre Pietro Calvat, conosciuto come boscaiolo, si adatta a tutti mestieri che gli vengono offerti. La madre, Giulia Barnaud, avrà da lui dieci figli. Melania è la quarta. Si è poveri al punto da mandare alle volte i piccoli a mendicare per le strade. Molto presto Melania è collocata a servizio come pastorella presso i contadini dei dintorni. Dalla primavera del 1846 sino alla fine dell'autunno, la troviamo presso Battista Pra agli Ablandins, una delle frazioni de La Salette. Il vicino si chiama Pietro Selme; è lui che ha assunto, per una sola settimana, l'indisciplinato Massimino, in sostituzione del suo pastorello ammalato. Di fronte a quel piccolo ciarliero, Melania, timida e taciturna, sta sulle sue.

Eppure quei due bambini hanno punti in comune, se cosi si può dire. Nati entrambi a Corps dove risiedono le loro famiglie, non si conoscono affatto, anche per le lunghe assenze della pastorella. Entrambi parlano il dialetto locale e conoscono qualche parola di francese. Né scuola, né catechismo; non sanno né leggere né scrivere. Il padre di Melania è sempre alla ricerca d'un lavoro; sua madre è sovraccarica di occupazioni con tutti i suoi marmocchi, non c'è posto per l'affetto, oppure ce n'è poco. All'epoca dell'Apparizione quello che qualifica Melania come Massimino è la povertà: poveri di beni, poveri di cultura, poveri di affetto.

Il fatto è anche che sono totalmente dipendenti. Sono delle "cere vergini" che l'Avvenimento segnerà con marchi definitivi, pur rispettando la loro indole. Melania infatti è molto differente dal suo compagno appena incontrato: vive presso estranei e conosce la sua famiglia solo nei difficili mesi invernali, dove si soffre la fame e il freddo. Non c'è da stupirci che sia timida e chiusa. "Rispondeva solo con dei si e dei no", testimonia il suo padrone, Giovanni Battista Pra. In seguito però risponderà chiaramente e semplicemente alle domande concernenti il Fatto de La Salette. Rimane quattro anni presso le Suore della Provvidenza a Corps; ha poca memoria e meno attitudine anche di Massimino per lo studio.

Già dal novembre 1847 la sua superiora temeva che Melania "traesse un po' di vanità dalla posizione che l'Avvenimento le ha procurato". Diventata postulante e novizia nella medesima Congregazione, oggetto di attenzioni e premure da parte di numerosi visitatori, ella si vincola troppo al suo modo di vedere. Per questa ragione, il nuovo vescovo di Grenoble, pur riconoscendo la sua pietà e la sua dedizione, si rifiuta di ammetterla al voti "per formarla... alla pratica dell'umiltà e alla semplicità cristiane". Sventuratamente, Melania presta l'orecchio e persone "inquiete e malate" imbevute di profezie popolari e di teorie pseudo mistiche e pseudo apocalittiche. Ne resterà segnata per tutta la vita. Per dare credito alle sue affermazioni, le collega al segreto ricevuto dalla Bella Signora. Un esame anche solo affrettato di quello che dice e scrive, rivela le differenze irriducibili con i segni e le parole di Maria a La Salette. Melania, i suoi problemi e i suoi fantasmi, sono diventati il centro del suo discorso; attraverso le sue profezie, regola i suoi conti con quanti oppongono una qualche resistenza ai suoi progetti.

Esprime il suo rifiuto della società e dell'ambiente in cui ha qualche problema. Si ricostruisce un passato immaginario dove sono esorcizzate le frustrazioni di cui è stata vittima nella sua infanzia. Fin dal 1854, Mons. Ginoulhiac scrisse: "Le predizioni che si attribuiscono a Melania... non hanno fondamento, sono senza importanza nei riguardi del Fatto de La Salette... sono posteriori a quel Fatto e senza alcuna connessione con esso". E il vescovo sottolinea: "E' stata lasciata ai fanciulli la più grande libertà di ritrattarsi ed essi non hanno mai mutato il loro linguaggio sulla verità del Fatto de La Salette". In quest'ottica, Mons. Ginoulhiac proclamerà, il 19 settembre 1855 sulla Santa Montagna: "La missione dei pastorelli è conclusa, comincia quella della Chiesa!" Sfortunatamente, Melania proseguirà le sue divagazioni profetiche, orchestrate più tardi dal talento sfolgorante di un Léon Bloy, creando una corrente melanista che si richiama a La Salette, ma che non ha altra base che nelle affermazioni incontrollabili di Melania.

Siamo mille miglia lontani dalle fondamenta storiche dell'Apparizione. In quanto poi al contenuto, nonostante la sua patina religiosa, nulla ha a che vedere praticamente con le verità di fede della Chiesa, richiamate da Maria a La Salette. Si abbandona il dominio della fede per quello, infido, contestabile e sterile delle fantasie. Questo genere di letteratura allontana dalla fede invece di favorirla. Nel 1851 un sacerdote inglese conduce Melania in Inghilterra. L'anno dopo entra al Carmelo di Darlington, vi fa la professione temporanea nel 1856, ma ne riparte nel 1860. Altro tentativo presso le Suore della Compassione di Marsiglia. Dopo un soggiorno nella loro residenza di Cefalonia (Grecia) e un passaggio al Carmelo di Marsiglia, rientra alla Compassione per breve tempo. Dopo alcuni giorni trascorsi a Corps e a la Salette, si stabilisce in Italia a Castellammare di 

Sabbia, presso Napoli. Vi rimane 17 anni, scrivendo i sui "segreti"e una regola per un'eventuale fondazione. Il Vaticano prega l'ordinario del luogo d'interdire quel genere di pubblicazioni, ma ella cerca ostinatamente altri appoggi e un imprimatur fino al Maestro del Sacri Palazzi, p. Lepiti O.P. Ciò non rappresenta un'approvazione, neppure velata, in quanto l'autorità alla quale Melania si appella non è competente in merito. Dopo un soggiorno a Canner, ritroviamo Melania a Chalon-sur-Saône, dove, sempre alla ricerca di fondazione, sostenuta dal canonico de Brandt, di Amiens, incappa in un processo con Mons. Perraud, vescovo di Autun. La Santa Sede, interessata nell'affare, dà ragione al vescovo. Nel 1892 ritorna in Italia a Lecce, poi a Messina in Sicilia su invito del canonico Annibale di Francia.

Dopo qualche mese trascorso in Piemonte, si stabilisce presso don Combe, paroco di Diou, nell'Allier: un prete col pallino delle profezie politico-religiose. Finisce per redigere un'autobiografia piuttosto romanzata, dove s'inventa un'infanzia straordinaria, intrecciata di considerazioni pseudo-mistiche che riflettono i suoi personali fantasmi e le chimere dei suoi corrispondenti. I Messaggi che Melania propaga, allora, e che vuole ricollegare a La Salette, non hanno proprio nulla a che vedere con la sua primitiva testimonianza sull'Apparizione. D'altronde quando è invitata a parlare del Fatto del 19 settembre 1846, ritrova la semplicità e la lucidità del suo primo racconto, conforme a quello di Massimino. E questo, in una maniera constante, come avvenne nel suo pellegrinaggio a La Salette, il 18 e il 19 settembre 1902.

Ritorna nell'Italia meridionale, ad Altamura (Bari) ove muore il 14 dicembre 1940. Riposa sotto una stele di marmo dove un bassorilievo presenta la Madonna che accoglie in cielo la pastorella de La Salette. Una cosa resta assodata: al termine di tutti i suoi vagabondaggi, c'è un punto sul quale Melania non ha mal variato: la testimonianza che con Massimino ella ha dato, la sera del 19 settembre, nella cucina di Giovanni Battista Pra agli Ablandins. E durante tutta l'inchiesta condotta da Mons. Filiberto de Bruillard, ripresa e confermata da quella di Mons. Ginoulhiac. In una vita difficile, Melania, è rimasta povera e devota, fedele alla sua prima testimonianza. 


Ricordati o Nostra Signora de La Salette

delle lacrime che hai versato per noi sul Calvario.
Ricordati anche della continua sollecitudine che hai per noi, tuo popolo, affinché nel nome di Cristo Gesù ci lasciamo riconciliare con Dio.

Dopo aver fatto tanto per noi tuoi figli, Tu non puoi abbandonarci.

Confortati dalla tua tenerezza, o Madre, noi Ti supplichiamo, malgrado le nostre infedeltà e ingratitudini.

Accogli le nostre preghiere, o Vergine Riconciliatrice, e converti i nostri cuori al tuo Figlio.
Ottienici la grazia di amare Gesù sopra ogni cosa e di consolare anche Te con una vita dedicata alla gloria di Dio e all'amore dei nostri fratelli.

AMEN.

 

Fonte: Maria di Nazareth


19 Settembre 1946 - Apparizione della Madonna a La Salette

La migliore descrizione della Madonna di Melania Calvat 
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La Madonna
descritta da Melania Calvat,veggente de La Salette

"La Vergine Santissima era alta e ben proporzionata. Sembrava essere tanto leggera che sarebbe bastato un soffio per farla muovere, però era immobile e molto stabile. La sua figura era maestosa, ed imponeva una timidezza rispettosa. La sua maestà ispirava rispetto misto ad amore, che attirava a lei.

La Vergine SS. era tutta bella, e tutta fatta d’amore. Guardandola io languivo per fondermi in lei. Dalla sua persona come dai suoi ornamenti, da tutto trapelava la maestà, lo splendore, la magnificenza fulgente, celeste, fresca, nuova come una vergine. Sembrava che la parola amore sfuggisse dalle sue labbra rosee e pure. Aveva l’aspetto di una mamma affettuosa, piena di bontà, d'amabilità, d'amore per noi, di compassione e misericordia.

Il suo sguardo era dolce e penetrante, i suoi occhi sembrava che parlassero con i miei, ma la conversazione proveniva da un profondo e vivo sentimento d’amore verso questa attraente bellezza, che mi scioglieva. La dolcezza del suo sguardo, l’aria di bontà incomprensibile facevano intendere che lei attirava a sé per donarsi. Era un’espressione d’amore che a parole non si può esprimere.

La Madonna era circondata da due luci. La prima, più vicina a lei, arrivava fino a noi, e brillava con splendore vivissimo. La seconda luce si espandeva un po’ più attorno alla bella Signora, e noi ci trovavamo immersi in essa; era immobile, cioè non brillava, ed era molto più luminosa del nostro sole terrestre. Oltre tutto questo splendore vi erano altri fasci di luce, come se nascessero dal corpo della Vergine SS., dai suoi abiti, da tutto. Tutte queste luci non facevano male agli occhi, e non affaticavano la vista.

La visione della Vergine SS. era di per sé un intero paradiso. Lei aveva in sé tutto quanto può soddisfare, poiché si dimenticava questa terra.

Il suo abito era bianco e argenteo, molto splendente. Non aveva nulla di materiale, ma fatto di luce e gloria, vario e scintillante. Sulla terra non vi sono espressioni né paragoni da poter fare.

Aveva un grembiule giallo, più luminoso del sole. Non di una stoffa materiale, ma un composto di gloria, risplendente di una bellezza che rapiva.

Le scarpe, poiché così bisogna chiamarle, erano di un brillante bianco argenteo, e intorno vi erano delle rose. Queste rose erano di una bellezza abbagliante, e dal centro d'ognuna usciva come una fiamma di luce bellissima e gradevolissima. Sulle scarpe vi era un fermaglio d’oro, ma non oro di questo mondo, bensì del paradiso.

La corona di rose che portava sulla testa era così bella, così brillante, da non potersene fare un’idea. Le rose, di diversi colori, non erano di questa terra. Era un insieme di fiori che circondava il capo della Vergine SS. in forma di corona; ma le rose cambiavano e si ricambiavano. E dal centro di ogni rosa usciva una luce così bella che rapiva, e faceva sì che la loro bellezza risplendesse. Dalla corona di rose uscivano come dei rametti d’oro, e tanti piccoli fiori misti a brillanti. Il tutto formava un diadema che da solo brillava più del nostro sole terreno.

In lei tutto mi portava ad adorare e ad amare il mio Gesù, in tutti i dettagli della sua vita umana.

La Vergine SS. aveva al collo due catene, una un po’ più lunga dell’altra. Queste catene, non posso chiamarle diversamente, erano come raggi di gloria, di un gran chiarore che variava e scintillava. A quella più corta era appesa una bella e preziosissima Croce piena di luce, su cui vi era Cristo nostro Signore. Alle due estremità della Croce vi erano da una parte un martello e dall’altra una tenaglia. Cristo era color carne, ma riluceva con grande splendore, e la sua luce sembrava come dardi lucentissimi, che m'infiammavano il cuore per il desiderio di perdermi in Lui. A volte Cristo sembrava morto, con la testa inclinata e il corpo rilassato, quasi cadesse se non fosse stato trattenuto dai chiodi che lo fissavano alla Croce. Io ne avevo una viva compassione. Avrei voluto comunicare al mondo intero il suo Amore sconosciuto, e infondere nelle anime dei mortali il più sentito amore e la più viva riconoscenza verso un Dio che non aveva assolutamente bisogno di noi per essere ciò che è, che era, e che sempre sarà. E tuttavia, oh Amore incomprensibile per l’uomo, si è fatto uomo, e ha voluto morire. Sì, morire per poter meglio scrivere nelle nostre anime e nella nostra memoria il folle Amore che ha per noi. Come mi sento infelice nel constatare la mia povertà d'espressione nel riferire l’Amore del nostro buon Salvatore per noi. Ma d’altra parte come siamo felici di poter sentire meglio ciò che non possiamo esprimere. Altre volte Cristo sembrava vivo. Aveva la testa dritta, gli occhi aperti, e sembrava sulla Croce di sua volontà. A volte anche pareva che parlasse, sembrava mostrasse che era in Croce per Amor nostro, per attirarci al suo cuore, che ha sempre un Amore nuovo per noi. Che il suo Amore dell’inizio, dell’anno 33, è come quello di oggi, e lo sarà sempre.

La voce della bella Signora era dolce, incantava, calmava, faceva bene al cuore. Era come se volessi saziarmi della sua bella voce, e il mio cuore voleva andarle incontro per struggersi in lei.

Mentre mi parlava la Vergine SS. piangeva ininterrottamente. Le sue lacrime cadevano l’una dopo l’altra lentamente fin sopra le ginocchia, poi come scintille di luce sparivano. Erano splendenti e piene d’amore. Avrei voluto consolarla e non farla piangere, ma mi sembrava che lei avesse bisogno di mostrare le sue lacrime, per meglio manifestare il suo amore dimenticato dagli uomini. Avrei voluto gettarmi fra le sue braccia e dirle:

“Mia buona Madre, non piangere. Io voglio amarti per tutti gli uomini della Terra.”

E sembrava che mi rispondesse: “Ve ne sono molti che non mi conoscono.”

Ero fra la morte e la vita vedendo da un lato tanto amore, tanto desiderio d'essere amata, e dall’altro tanta freddezza e indifferenza. Oh Madre mia, tutta bella e tanto amabile, mio amore, cuore del mio cuore. Le lacrime della nostra tenera Madre, lungi dal diminuire la sua maestà di Regina, sembravano invece renderla più bella, più potente, più piena d’amore, più materna, più attraente. Avrei mangiato le sue lacrime, che facevano sobbalzare il mio cuore di compassione e d'amore. Veder piangere una madre, e una tale Madre, senza adoperare tutti i mezzi possibili per consolarla, per cambiare i suoi dolori in gioia, si può comprendere? Oh Madre, più che buona, tu sei stata formata da tutte le prerogative di cui Dio è capace. Tu hai in un certo senso esaurito la potenza di Dio. Tu sei buona della stessa bontà di Dio. Il Creatore, formandoti come suo capolavoro celeste e terrestre, si è reso ancor più grande.

Gli occhi della SS. Vergine, nostra tenerissima Madre, non possono essere descritti da lingua umana. Per parlarne servirebbe un serafino, o meglio occorrerebbe la lingua stessa di Dio, di quel Creatore che formò la Vergine Immacolata, capolavoro della sua onnipotenza. Gli occhi dell'augusta Maria sembravano mille e mille volte più belli dei brillanti, dei diamanti, delle pietre preziose più ricercate. Brillavano come due soli, erano dolci come la stessa dolcezza, limpidi come uno specchio. In quei suoi occhi si vedeva il paradiso, attiravano a lei, sembrava che lei volesse donarsi. Più la guardavo, più desideravo guardarla, e più la guardavo, più l’amavo con tutte le mie forze. Gli occhi della bella Immacolata erano come la porta di Dio, vi si vedeva tutto quanto poteva inebriare l’anima. Quando i miei occhi s'incontravano con quelli della Madre di Dio e mia, sentivo dentro di me un gioioso rivolgimento d’amore, uno struggimento d’amore. Guardandoci i nostri occhi a loro modo si parlavano, e l’amavo talmente che avrei voluto abbracciarla proprio nell’intimo stesso di quegli occhi, che intenerivano la mia anima, e sembravano attrarla per farla fondere con la sua. I suoi occhi comunicavano un dolce tremito a tutto il mio essere, e avevo timore di fare il più piccolo movimento, per paura che le potesse essere minimamente sgradevole.

La sola vista dei suoi occhi sarebbe bastata a costituire il Cielo di un beato. Sarebbe bastata a far entrare un’anima nella pienezza della volontà dell’Altissimo, per tutti gli avvenimenti che capitano nel corso della vita mortale. Sarebbe bastata a far fare a quest’anima degli atti di lode, di ringraziamento, di riparazione, d'espiazione. Questa visione da sola concentra l’anima in Dio, e la rende come una morta vivente che guarda tutte le cose della terra, anche quelle che sembrano più serie, come se fossero semplici giochi di bambini. L’anima vorrebbe soltanto sentir parlare di Dio, e di tutto ciò che riguarda la sua gloria. Il solo male che l'anima vede sulla terra è il peccato, e se Dio non la sostenesse, ne morrebbe di dolore.

Amen."


 

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di Padre Livio - Ed. Sugarco

 

Da sempre il principe di questo mondo ha operato per eliminare la fede in Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo.

Oggi lo fa con la menzogna della nuova religione mondiale, dove l’umanità idolatra si mette al posto di Dio indicando se stessa come dio.

 

Si domandava angosciato Paolo VI «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»  (Lc 18,8).

 

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